IL GIOCO: ASSENTE INGIUSTIFICATO

Quando scienza e pratica NON si incontrano.

“ALLENARE” È DIFFICILE

Allenare i giovani di oggi non è come allenare quelli di una volta. Decidete voi quanto questo “una volta” può essere spostato indietro, ma di fatto, come sempre nella storia dell’umanità, le cose cambiano ed oggi siamo di fronte ad una sfida complessa, e diversa, sotto tanti punti di vista. 

Io mi soffermerò sull’aspetto metodologico legato alle strategie che utilizziamo per promuovere apprendimento, ma di fatto sappiamo bene che le nuove generazioni necessitano di accorgimenti che vanno oltre e riguardano aspetti psicologici, socio-relazionali ed educativo-pedagogici nei quali non mi addentrerò. 

Attenzione, prima di iniziare dobbiamo darci una definizione di “allenare i giovani”. Perché se allenare significa migliorare qualcuno allora la sfida è davvero complessa e necessita di studio, approfondimento, tentativi, verifiche, confronti e tanto lavoro. Se allenare significa invece tentare di ottenere successi sfruttando scorciatoie, facendo fare quello “che si è sempre fatto” allora no, la sfida (che tale non si può più definire) è semplice. Studio e confronto non servono. E il resto dell’articolo si può non leggere. 

SPUNTI DALLA RICERCA…

Utilizzerò due articoli pubblicati su riviste internazionali per sviluppare il discorso e focalizzare l’attenzione su quello che servirebbe ma non facciamo. 

Il primo articolo, intitolato “Developmental activities and the acquisition of superior anticipation and decision making in soccer players” (tradotto: “Attività di sviluppo e acquisizione di un’anticipazione e un processo decisionale superiori nei giocatori di calcio” ) è stato pubblicato da André Roca, A. Mark Williams e Paul R. Ford nel 2012 sul Journal of Sport Science ed ha indagato la relazione tra l’abilità di anticipare e decidere all’interno di situazioni di gioco reali e le attività svolte in passato nella propria carriera.

Della serie: c’è qualcosa relativamente alle attività di formazione sportiva svolte nel proprio passato che può motivare il fatto che alcuni giocatori siano più bravi di altri a “leggere il gioco” ?

Il secondo articolo invece intitolato “An analysis of practice activities and instructional behaviours used by youth soccer coaches during practice: exploring the link between science and application” (tradotto: “Un’analisi delle attività di allenamento e dei comportamenti utilizzati dagli allenatori di giovani calciatori durante la pratica: esplorando il collegamento tra scienza ed applicazione pratica”) pubblicato sempre da Paul R. Ford e A. Mark Williams sul Journal of Sport Science nel 2010, ha per l’appunto indagato quali scelte metodologiche fanno gli allenatori, sia in termini di scelta di esercitazioni che di strategie comunicative, per farne poi una riflessione sulla base delle evidenze scientifiche disponibili in merito all’apprendimento motorio. 

EVIDENZE DAL … PASSATO

Partiamo dal primo articolo. Gli autori si sono fatti una domanda semplice. Constatata la differenza tra diversi giocatori in merito all’abilità di anticipare e di prendere decisioni durante il gioco (l’analisi fu fatta utilizzando filmati in cui i giocatori vedevano la situazione di gioco in formato reale dalla stessa visuale che avrebbero avuto in campo; nello specifico presero in considerazione solo difensori e centrocampisti “difensivi” e utilizzarono situazioni relative a quel ruolo) esistono differenze nel loro passato sportivo che possono aver influito su questa diversa abilità? 

Hanno deciso così di indagare attraverso uno specifico questionario validato scientificamente, il “Participation History Questionnaire” (PHQ), se ci fossero delle differenze significative nel passato sportivo di questi diversi gruppi di giocatori. I tre gruppi furono stabiliti sulla base del risultato al Test di anticipazione e presa di decisione, e fu stabilito un gruppo di giocatori di alto livello, uno di basso livello (entrambi professionistici) e un terzo gruppo dilettante. Il questionario analizzava tre aspetti del loro passato sportivo: il primo riguardava gli inizi dell’attività sportiva, ovvero quando avevano iniziato a praticarla e poi ad essere inseriti in un vero e proprio contesto di allenamento. Il secondo entrava nello specifico delle attività svolte durante gli anni di pratica del calcio dividendole in tre tipologie: allenamenti, gioco libero e partite ufficiali; queste ultime si riferivano a tutte le partite giocate in competizioni organizzate, gli allenamenti riguardavano tutte le attività effettuate sotto la guida di un allenatore (sia individuali che di squadra), mentre il gioco libero era riferito a tutto il tempo speso a giocare con gli amici senza la supervisione di un adulto, come per esempio giocare a calcio nel parco. Il terzo, ed ultimo, aspetto della vita sportiva analizzato dal questionario riguardava lo svolgimento di altre attività sportive, quali sport, quando sono stati iniziati e per quanto tempo sono stati svolti. 

L’analisi dei dati fu fatta dividendo in due il periodo di formazione dei giocatori: infanzia (6-12 anni) ed adolescenza (13-18 anni). 

I risultati dello studio (ovviamente vi rimando all’articolo per avere informazioni più dettagliate in merito alle procedure ed a quanto emerso) sono riassumibili nei tre seguenti punti.

Primo: non furono riscontrate differenze significative nel momento in cui i giocatori dei diversi gruppi avevano iniziato a giocare a calcio, più o meno tutti intorno ai 5-6 anni.

Secondo: il fattore discriminante (in grado di motivare più del 20% di differenza nel test di anticipazione e presa di decisione) tra giocatori di alto livello e quelli di basso livello era la quantità di tempo speso “giocando liberamente a calcio” nel periodo dell’infanzia.

(La figura 1, estratta dall’articolo citato in precedenza, illustra le differenze riscontrate tra i gruppi)

Terzo: non sono state riscontrate differenze significative nel tempo speso a praticare altri sport. 

Vi riporto di seguito le conclusioni degli autori: “Si ipotizza che il coinvolgimento nel gioco specifico dello sport durante l’infanzia, sia una parte fondamentale dello sviluppo delle capacità percettive e cognitive nel calcio. Riteniamo che durante l’attività di gioco ci possano essere significative opportunità per i giocatori di impegnarsi in situazioni che richiedono una continua anticipazione e un processo decisionale creativo/tattico che porta a specifici adattamenti in queste abilità che si trasferiscono alla competizione e alle prestazioni in gara”. 

Fig. 1 La media delle ore annue tra i 6 e i 18 anni di età in ciascuna delle tre attività calcistiche (competizione, allenamento, gioco) per (a) giocatori di alto livello, (b) basso livello e (c) giocatori dilettanti.

GIOCO vs ESERCIZI

Passiamo ora al secondo articolo di ricerca che abbiamo preso in esame. Questa volta gli autori vogliono verificare le scelte metodologiche ed i comportamenti degli allenatori (siamo in Inghilterra in 8 diverse Academy inglesi di tre livelli competitivi diversi) per capire se quello che viene fatto è o non è in linea con quelle che sono le evidenze internazionali in merito all’apprendimento motorio.

Per quanto riguarda le scelte di esercitazioni gli autori dividono in due grandi famiglie quello che osservano: “training form”, ovvero esercizi “analitici”, svolti per lo sviluppo atletico oppure per lo sviluppo delle abilità tecniche, non all’interno del gioco, e “playing form”, ovvero tutto quello che viene fatto all’interno di situazioni reali sfruttando il gioco, quindi partitelle a campo ridotto, partite, possessi ecc…

Riassumendo il risultato dello studio (anche qui vi rimando all’articolo per vedere i dettagli relativi alle differenti categorie e differenti livelli competitivi)

emerge che gli allenatori scelgono di investire il 65% del tempo in “attività analitiche di allenamento” e solo il 35% del tempo in “attività legate al gioco”. 

Per quanto riguarda i comportamenti comunicativi degli allenatori gli autori osservano che l’attività svolta per la maggior parte del tempo è quella di dare istruzioni in merito a quello che i giocatori devono fare mentre giocano. 

Gli autori concludono dicendo che i loro risultati evidenziano come ci sia un grosso gap tra le evidenze scientifiche legate all’apprendimento motorio e quello che viene fatto nella realtà dagli allenatori di calcio. Le ricerche dimostrano come le attività più determinanti per lo sviluppo del talento sportivo siano quelle in cui percezione ed azione sono indissolubilmente legate, ovvero attività in cui il processo decisionale è continuamente sollecitato, ma nelle realtà dei fatti solo un terzo del tempo viene investito in questo (la figura 2, riportata dall’articolo citato, mostra i dati relativi alle differenti attività svolte). L’evidenza dimostra oggi oltretutto il fatto che dare troppe istruzioni e correzioni sia non solo molto poco utile ai fini del miglioramento, ma a volte perfino deleterio perché compromette lo sviluppo di un’autonoma relazione del giocatore con l’ambiente di gioco, vincolandolo eccessivamente verso soluzioni che non gli appartengono e potrebbero di fatto limitarne la potenziale espressione tecnico-tattica (presupposti di base dell’approccio ecologico). 

Fig. 2. Percentuale della durata della sessione trascorsa in “attività analitica” (attività di fitness e tecnica) e attività di gioco (fase di attività di gioco, giochi a campo ridotto/condizionati) in funzione di (a) età e (b) abilità.

UNA STRADA LUNGA E… DOPPIA

Riassumiamo. Da una parte sappiamo che l’attività che più di ogni altra potrebbe discriminare il livello competitivo del futuro dei nostri giovani calciatori è il “gioco”. Dall’altra, la scelta metodologica che facciamo è quella di togliere o comunque di limitare il gioco durante gli allenamenti a discapito di altre attività.  Tutto questo su una generazione di ragazzi, e qui torniamo dove siamo partiti, che non gioca più. 

Il nostro problema però è più complesso. Perché non abbiamo solo una generazione che non gioca più ma che non si muove proprio. Questo analfabetismo motorio ci crea, in un devastante circolo vizioso, anche grandi problemi nell’esposizione eccessiva al gioco, poiché sviluppato su sistemi (i nostri cari giovani calciatori) che di fatto non sono in grado di sostenere con continuità ed integrità un’esposizione prolungata all’attività specifica. 

Personalmente credo che la riflessione da fare sia doppia. E la seconda integra la prima, ma non la sostituisce. 

La prima. Il tempo di allenamento è poco, va aumentato. Punto. Non ci sono scuse, non ci sono teorie, non ci sono fenomeni della metodologia, non c’è alcun trucco. Dobbiamo allenarci di più. Il ragionamento ovviamente è di sistema perché vanno coinvolte le scuole, le federazioni, i comuni, le famiglie. Da soli non ce la fate, non ce la fa nessuno. 

La seconda. Utilizziamo il gioco. Portiamo avanti due percorsi paralleli, lo sviluppo atletico a lungo termine e l’abilità di giocare a calcio. Lo sviluppo atletico non necessita sempre di specificità, spesso è una forzatura quella di voler portare qui dentro il calcio ed il rischio è quello di non raggiungere né un obiettivo né l’altro. In questo l’attenzione particolare ritengo vada data alle attività neuro-muscolari legate allo sviluppo della forza.

Utilizziamo invece quanto più possibile il gioco per sviluppare le abilità specifiche. Riportiamo quella percentuale ad un livello intorno al 70-75% (giusto sottolineare che i due studi presi come spunto sono leggermente datati ed oggi è visibile e, in alcuni paesi anche dimostrata, una tendenza positiva al cambiamento) che consenta ai ragazzi di raggiungere alti livelli di conoscenza del gioco, quella definita da J.Gibson “Knowledge of”, ovvero la conoscenza pratica, grazie alla quale i giocatori riescono a sintonizzarsi con le informazioni rilevanti offerte dal contesto specifico e possono raggiungere livelli elevati di performance.  

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