Prima pensiamo e dopo agiamo. Siamo sicuri che funzioni davvero così?

Campo da calcio visto dall'alto con scacchiera sovrapposta e pezzi degli scacchi tra i giocatori, copertina dell'episodio 26 del podcast TSS

Percepire. Elaborare. Decidere. Agire.

Questa sequenza rappresenta una delle modalità più intuitive attraverso cui siamo abituati a interpretare il comportamento umano e, di conseguenza, anche la prestazione sportiva. Il giocatore osserva ciò che accade, elabora le informazioni disponibili, seleziona la risposta più appropriata e infine la esegue.

Ma siamo sicuri che la competenza funzioni realmente così? E se il pensiero non dovesse necessariamente precedere l’azione? E se una parte di ciò che definiamo “pensare” emergesse proprio mentre agiamo e interagiamo con l’ambiente?

È questa la provocazione teorica sviluppata da Gustavo G. Brigante e Carl T. Woods nell’articolo On making one’s way through chess, pubblicato su Sport, Education and Society. Partendo dagli scacchi, gli autori mettono in discussione una concezione puramente intellettualista della competenza, proponendo una lettura ecologica del rapporto tra pensiero e azione.

Una riflessione che, pur nascendo dagli scacchi, presenta implicazioni estremamente interessanti anche per lo sport e, in particolare, per il calcio.

La concezione tradizionale della competenza

Gli scacchi hanno rappresentato storicamente un contesto privilegiato per studiare i processi cognitivi.

L’interpretazione tradizionale dell’expertise tende a collocare la competenza prevalentemente “dentro” l’individuo: conoscenze, rappresentazioni, pattern e strutture accumulate attraverso l’esperienza consentirebbero all’esperto di interpretare una situazione e selezionare successivamente la risposta più appropriata. In questa prospettiva, il comportamento osservabile rappresenta il risultato finale di processi precedenti e prevalentemente interni.

La sequenza potrebbe essere sintetizzata come: percezione, elaborazione, decisione, azione.

Brigante e Woods mettono in discussione proprio questa separazione. Il loro lavoro parte dalla domanda se il pensiero debba necessariamente essere collocato prima del fare oppure possa emergere nel fare stesso.

La questione diventa particolarmente interessante quando la trasferiamo allo sport. Quando diciamo che un grande giocatore “vede prima”, cosa intendiamo realmente? Sta elaborando più rapidamente una rappresentazione interna della situazione? Oppure è diventato particolarmente abile nel percepire le informazioni che specificano opportunità di azione mentre il gioco evolve?

Dalla cognizione alla relazione tra percezione e azione

Da una prospettiva ecologica, percezione e azione non costituiscono necessariamente due processi indipendenti organizzati sequenzialmente. Sono profondamente interdipendenti.

L’atleta non deve necessariamente costruire una rappresentazione completa dell’ambiente prima di poter agire. Esplora continuamente il contesto attraverso il movimento e, contemporaneamente, regola il proprio comportamento attraverso le informazioni disponibili.

Questo implica una differente interpretazione della competenza. L’esperto potrebbe non essere semplicemente colui che possiede più soluzioni, ma colui che è diventato progressivamente più sensibile alle informazioni rilevanti presenti nel contesto.

La differenza sembra sottile, ma modifica radicalmente il problema dell’apprendimento.

Competenza significa conoscere di più o percepire meglio?

Uno degli aspetti più interessanti della prospettiva ecologica riguarda proprio il significato attribuito all’expertise.

Tradizionalmente potremmo pensare: più esperienza, più conoscenze, più soluzioni disponibili, prestazione migliore.

Una lettura ecologica suggerisce di integrare questo quadro con un’altra possibilità: attraverso l’esperienza l’atleta diventa progressivamente più attuned, cioè maggiormente sintonizzato sulle informazioni rilevanti che specificano possibilità di azione.

Nel calcio queste informazioni possono riguardare:

  • l’orientamento corporeo di un avversario;
  • il movimento di un compagno;
  • la velocità e la traiettoria della palla;
  • uno spazio che progressivamente emerge;
  • la distanza dalla porta;
  • la relazione temporale tra il proprio movimento e quello degli altri giocatori.

La competenza, quindi, non riguarda solamente sapere cosa fare, ma diventare sensibili alle condizioni nelle quali determinate azioni diventano possibili.

È un passaggio fondamentale, perché modifica la domanda dell’allenatore da “quale soluzione deve imparare il giocatore?” a “a quali informazioni deve diventare progressivamente più sensibile?”.

Anticipare non significa necessariamente predire

Un secondo elemento particolarmente rilevante riguarda il concetto di anticipazione. Nello sport, anticipazione e previsione vengono frequentemente considerate quasi sinonimi: l’esperto sarebbe colui che riesce a conoscere ciò che accadrà prima degli altri.

Ma possiamo concepire l’anticipazione in maniera differente. Essere capaci di anticipare potrebbe significare diventare sensibili alla direzione verso cui una situazione sta evolvendo, regolando continuamente il proprio comportamento rispetto all’informazione disponibile. Non necessariamente costruire anticipatamente il futuro, quindi, ma riuscire a navigare efficacemente ciò che sta emergendo.

Questa distinzione è particolarmente rilevante negli sport di invasione. Nel calcio, infatti, compagni, avversari, palla, spazio e possibilità di azione cambiano continuamente. Di conseguenza, la competenza potrebbe non consistere nell’avere già elaborato la soluzione, ma nella capacità di trovarla mentre il problema stesso prende forma.

L’approccio ecologico applicato al calcio

Dalla teoria dell’allenatore adattabile alla pratica: costruire sedute che scelgono lo strumento giusto.

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Dal giocatore-computer al giocatore-artigiano

Brigante e Woods utilizzano un’immagine concettualmente potente contrapponendo la prospettiva del teorico a quella dell’artigiano. Il loro articolo propone esplicitamente di spostare il pensiero da qualcosa che precede il fare a qualcosa che può collocarsi nel mezzo del processo stesso del fare.

L’artigiano esperto non applica semplicemente una forma completamente predefinita a un materiale passivo. Interagisce con il materiale, ne percepisce le caratteristiche, si adatta alle modificazioni che emergono durante il processo. Il risultato nasce quindi dall’interazione tra intenzione, esperienza, percezione e caratteristiche del materiale stesso.

Trasferiamo questa metafora al calcio. Un giocatore potrebbe essere concepito meno come un computer che riceve input, calcola una soluzione e genera un output e maggiormente come un artigiano che partecipa alla costruzione della soluzione mentre il gioco evolve.

Compagni, avversari, spazio e palla non sono semplicemente informazioni da elaborare: costituiscono parte del sistema nel quale l’azione emerge.

E l’allenatore?

Questa prospettiva non riguarda soltanto l’atleta. Possiamo applicare la stessa domanda anche alla competenza dell’allenatore.

Molto spesso concepiamo la formazione del tecnico attraverso un modello implicito: prima conosco, poi applico. Studiamo tattica, metodologia, fisiologia, periodizzazione, analisi dei dati e apprendimento motorio. Successivamente dovremmo trasferire questa conoscenza sul campo.

Ma allenare è davvero soltanto l’applicazione pratica di una conoscenza costruita precedentemente? Probabilmente no.

Allenare significa osservare, ascoltare, intervenire, modificare, attendere e, talvolta, scegliere consapevolmente di non intervenire. Significa confrontarsi continuamente con situazioni che non potevano essere completamente previste prima dell’inizio della seduta.

Da questo punto di vista, il campo non rappresenta soltanto il luogo nel quale applichiamo conoscenza. È anche un luogo nel quale produciamo conoscenza.

Dati, tecnologia e conoscenza pratica

Questa riflessione assume particolare rilevanza nello sport contemporaneo. Disponiamo oggi di enormi quantità di informazioni sulla prestazione: carichi, velocità, accelerazioni, distanze, comportamenti, risposte fisiologiche e molte altre variabili. Queste informazioni possono rappresentare una risorsa straordinaria.

Il problema emerge quando ciò che è quantificabile viene implicitamente considerato necessariamente superiore a ciò che l’allenatore riesce a osservare e percepire nella propria interazione quotidiana con il contesto.

La questione non dovrebbe quindi essere “dati oppure esperienza?”, ma piuttosto: come possono conoscenza scientifica, dati, osservazione ed esperienza sul campo contribuire insieme alla comprensione del processo?

L’esperienza pratica può consentire all’allenatore di diventare progressivamente sensibile a caratteristiche del contesto difficilmente riducibili a una singola variabile: riconoscere il momento in cui un esercizio sta generando un comportamento interessante, capire quando modificare un vincolo, percepire quando un giocatore sta esplorando una soluzione produttiva e, soprattutto, comprendere quando non intervenire.

Che cosa stiamo realmente allenando?

Arriviamo così alla conseguenza probabilmente più importante per chi progetta l’allenamento.

Se la competenza non consistesse esclusivamente nell’accumulare soluzioni da recuperare successivamente, allenare non dovrebbe significare soltanto spiegare al giocatore cosa fare. Significa anche progettare ambienti che gli consentano di diventare progressivamente più sensibile a quando, dove e perché determinate possibilità di azione emergono.

Questo richiede ambienti di apprendimento nei quali percezione e azione rimangano significativamente accoppiate. Ambienti nei quali il giocatore debba esplorare, percepire, adattarsi, agire e continuare a percepire.

L’incertezza, quindi, non rappresenta necessariamente un problema da eliminare: può diventare parte del processo di apprendimento. L’obiettivo dell’allenatore non è sempre fornire la risposta corretta. Può essere progettare condizioni affinché il giocatore diventi progressivamente più capace di trovare una risposta funzionale mentre il gioco accade.

Dall’insegnare soluzioni al progettare ambienti

Forse dovremmo quindi modificare una delle domande più frequenti nella pratica dell’allenamento. Invece di domandarci esclusivamente “come posso insegnare al giocatore la soluzione corretta?”, potremmo domandarci: “come posso progettare un ambiente nel quale il giocatore impari a trovare la propria strada?”.

Non significa rinunciare alla conoscenza. Non significa negare il ruolo della teoria. E certamente non significa rifiutare ricerca scientifica, pianificazione o dati. Significa riconoscere che la conoscenza non vive esclusivamente prima dell’azione: una parte importante della competenza potrebbe emergere attraverso l’azione stessa.

Ed è qui che ritorniamo alla domanda iniziale: prima pensiamo e poi agiamo? Oppure, molto più frequentemente di quanto immaginiamo, impariamo a pensare proprio attraverso il nostro agire?

Fonti citate

  1. Brigante, G.G., & Woods, C.T. (2024). "On making one’s way through chess." Sport, Education and Society. Pubblicato online il 30 aprile 2024.

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